Lo Hobbit: 80 anni di sogni

In a hole in the ground there lived a hobbit. Not a nasty, dirty, wet hole, filled with the ends of worms and an oozy smell, nor yet a dry, bare, sandy hole with nothing in it to sit down on or to eat: it was a hobbit-hole, and that means comfort.”


Tradotto: “In un buco nel terreno viveva uno Hobbit. Non era una cavità brutta, sporca, umida, piena di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una casa hobbit, cioè comodissima.”

Esattamente 80 anni fa furono pubblicate queste parole per la prima volta. 80 anni fa la maggior parte di noi non c’era ancora, alcuni non erano neanche nei pensieri di coloro che avrebbero dovuto poi farli nascere. Per altri di noi si va indietro di alcune generazioni, addirittura: non solo non eravamo nei piani, ma neanche nei piani dei piani! E per gli ultimi arrivati, 80 anni fa sono un’eternità.

Per i nostri nonni, 80 anni fa voleva dire tornare a prima dell’Unità d’Italia, per i nostri genitori ritrovarsi in una terra non ancora colpita dalle grandi guerre. 80 anni, oggi, vuol dire tornare al 1937, quando è cominciata la storia di J.R.R.Tolkien.

Lui la guerra l’aveva fatta, anche se solo per pochi mesi. Subito dopo cominciò a sviluppare i suoi studi sulle lingue da lui inventate e sui racconti che avrebbero da lì in poi influenzato generazioni intere di scrittori e che sarebbero state prese ad esempio per identificare un genere, il fantasy.

E come tutte le grandi storie, anche la genesi de Lo Hobbit è speciale. Tolkien scrisse la prima bozza di uno dei più grandi racconti di tutti i tempi di getto su un pezzo di carta, sembra mentre correggeva un compito di inglese di uno dei suoi studenti che aveva lasciato una pagina bianca. Lui scrisse semplicemente: “In un buco nel terreno viveva un Hobbit“, “In a hole in the ground there lived a hobbit“. Poco dopo ultimò il racconto vero e proprio e tra le varie case editrici a cui inviò il manoscritto, la Allen&Unwin decise di pubblicarlo dopo la recensione positiva di Rayner Ulwin, 10 anni, figlio di Stanley, l’editore. Lui disse che il libro era “buono” e che poteva interessare a bambini dai 5 ai 9 anni. Ne annunciarono la stampa qualche mese prima, ne stamparono 1500 copie e il 21 settembre 1937 venne ufficialmente pubblicato “The Hobbit or There and Back Again“. A dicembre era già in ristampa e aveva già attraversato l’Oceano, venendo pubblicato anche negli Stati Uniti da Houghton Mifflin con l’aggiunta di alcune illustrazioni create proprio da Tolkien.

Lo Hobbit racconta di Bilbo Baggins, un Hobbit della Contea, di draghi, di un magico anello, di Nani, di avventure, di coraggio. Non diremo niente di più su quello che tratta questo libro, perché se siete qui a leggere è molto probabile che sappiate cosa racconta senza che ve lo diciamo noi. Se invece non avete ancora avuto il piacere di farlo, non vogliamo svelarvi null’altro quello che Lo Hobbit è stato per noi ed è stato per la nostra Locanda. E vi consigliamo di leggerlo, senza indugiare oltre.

Alcuni di noi hanno letto Lo Hobbit a scuola, perché qualche professore illuminato lo ha inserito nel programma scolastico; alcuni di noi l’hanno letto perché hanno conosciuto persone straordinarie che l’hanno consigliato; altri ancora non l’hanno letto, perché a volte l’amore e la passione che traspare dagli occhi di chi un libro come questo l’hanno vissuto davvero può bastare; altri hanno visto il film, che non è proprio la stessa cosa, lo sappiamo tutti, però aiuta a capire di cosa si sta parlando, quello sì.

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Bilbo Baggins era un hobbit normale, non era alla ricerca di avventure, amava la sua casa, la sua Contea. Ma un giorno uno stregone bussa alla sua porta e da quel giorno cambia tutto, famiglie, affetti. Deve in fretta imparare ad accettare che non ci sarà più quello che prima gli dava sicurezza, la copertina che lo teneva al caldo e quella che oggi i moderni formatori chiamano la “zona di confort“. E parte per un viaggio da cui non sa se farà ritorno insieme a rozzi guerrieri nani.
La magia de Lo Hobbit sta nel fatto che Bilbo, man mano che l’avventura si sviluppa, non solo si trova a suo agio in tutte quelle strane situazioni che includono magia, rischio, sacrificio. Si rende conto che è il giusto corso della sua vita: doveva andare così e se non fosse andata così la sua vita sarebbe stata sprecata.

Perché vi raccontiamo questo? Perché non sappiamo se negli 80 anni che sono passati dalla sua pubblicazione ad oggi qualcun altro ha vissuto quello che abbiamo vissuto noi, ma crediamo proprio di sì. La Locanda è nata proprio per questo, perché si sta bene sotto la propria copertina, al caldo davanti al camino, ad attendere che qualcosa succeda. Molto più difficile è lasciare la copertina piegata, indossare il cappotto e uscire per cercare quel qualcosa che la tua vita attende e brama: un’avventura, un amore, una gioia o un dolore. La Locanda è il risultato e il frutto di una quindicina di copertine piegate e lasciate sul divano e di una quindicina di cappotti indossati per uscire dalle porte verdi e rotonde che ci proteggevano dal mondo esterno. Nessuno di noi ha mai saputo dove avrebbe portato questo viaggio, nessuno di noi ha mai saputo se avremmo fatto ritorno. Ma una voce (chissà, magari fatta arrivare con la magia da uno stregone) ci ha detto fin dall’inizio che era una cosa necessaria da fare, necessaria per noi, per i nostri figli, per i nostri amici, per i nostri amori.
E come quando lanci una pietra in un lago, puoi anche nascondere in fretta la mano, ma il sasso ormai è partito e nulla lo potrà fermare. Così dal primo momento in cui è nata l’idea della Locanda, tutto quello che è successo dopo è stata una conseguenza di quel primo pensiero, del primo sogno. E come tanti Bilbo Baggins noi abbiamo deciso di smettere di avere paura per quello che avremmo trovato sul percorso, ma ci siamo goduti il viaggio e non ci sono parole per descrivere quello che ci è stato dato in cambio.

I nostri draghi sono stati furti, burocrazia, fatica, caldo asfissiante, pelle abbrustolita, freddo pungente, mani gelate, fame, sonno, mal di schiena, tagli, piedi gonfi, mal di testa.

I nostri nani sono stati amici, parenti, sconosciuti che hanno mandato regali, soci, sindaci e amministrazioni, vicini, animali, alberi, fiori, profumi, persone lontane che hanno solo rivolto pensieri e energia per farci raggiungere il nostro obiettivo.

La nostra Erebor è la Locanda.

Quello che abbiamo creato non ha nessun eguale nel mondo. Magari ce n’è una identica da qualche parte, fatta da persone identiche a noi anche nell’aspetto. Ma non ci sarà mai qualcosa di veramente uguale a questa, perché questa è nostra, l’abbiamo fatta noi, l’abbiamo sognata noi. E poterla condividere con tutti voi è una delle gioie più incredibili che esistano.

Ed è tutto partito da un sogno che è germogliato e cresciuto dopo aver letto un libro, dopo aver visto un film o semplicemente averne sentito parlare, per alcuni. Un libro che parla di un hobbit che vive sotto terra, in un buco. Ma non un buco brutto e sporco, assolutamente no. Lui viveva in una caverna hobbit.

 

 

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